Amenra, Boris | Locomotiv Club @ LOCOMOTIV CLUB Bologna, Bologna [28 febbraio]

Amenra, Boris | Locomotiv Club


1257
28
febbraio
20:00 - 23:00

 Pagina di evento
LOCOMOTIV CLUB Bologna
Via Sebastiano Serlio 25/2, 40128 Bologna
AMENRA + BORIS live
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> apertura porte 20:00
> BORIS on stage 21:00
> AMENRA on stage 22:50
> prevendite:
musicglue.com/freakoutclub/events/87d5da9fe1e96a47/fb2faab0-b110-0135-167f-0aaf8bb94df6
> tessera AICS obbligatoria (8€)
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AMENRA
Impossibile non considerare la profondità della band belga quando si parla di un nuovo lavoro. Impossibile non considerare gli strati della loro proposta, della potenza dei loro live show, della passione che si cela dietro al progetto Amenra. Sicuramente vero è il fatto che gli album della band di Eeckhout non cambiano mai impostazione da quella alternanza di forte e piano che caratterizza praticamente tutte le loro incisioni, ma dopotutto è questo il motivo per cui gli album si chiamano tutti nello stesso modo e il processo musicale è inscindibile dal suo contenuto, dalla sua presentazione in studio e nella sua veste live. Perfino i banchetti del loro merchandise si pongono come onnicomprensivi, come se effettivamente fosse impossibile scindere la loro proposta dal loro immaginario. I Mass sono una progressione, una maturazione, uno scavo profondo tra le linee di quella proposta/fiume che si cela dietro alla Church Of Ra, i cui affluenti si declinano in progetti non tanto paralleli, ma integrati nella chiave generale dell’opera magna: CHVE e Syndrome, che infatti aprono spesso gli show della band. “Mass VI” è identico ai precedenti in termini musicali, senza ombra di dubbio, ma la cura degli arrangiamenti (che restano sempre quelli, impassibili, monolitici) appare come ancora maggiore, più profonda, più tagliente, come un’arte affinata sempre di più. “A Solitary Reign” cela tra gli apparati epici maggiori sfornati dalla band, “Plus Pres De Toi” diventa uno dei capisaldi della scrittura dei brani tipica della band, “Children Of The Eye” presenta un Eeckhout nelle sue forme più rappresentative, fatte sempre di due facce: quella cantilenante del momento leggero e quella sbraitante e rabbiosa del momento sludge. La proposta Mass non intende rendersi cangiante, multiforme, innovativa, ma è ancorata in uno stilema fisso, di cui gli Amenra restano fermi, immobili, statuari. Ancora una volta Eeckhout, Bossu, Seynaeve, Lebon e Vandekerckhove si inquadrano tra i migliori esponenti di quello che oggi si può chiamare post-metal. “Mass VI”, da questo punto di vista, non è da considerarsi un album solitario, slegato dalla poesia, dal folklore, dal background del progetto. Dietro un album così si deve considerare, in questo caso, tutto quello che il progetto stesso porta con sé. Cicatrici, ferite, tatuaggi indelebili. Come sul corpo stesso del suo rappresentante.

( Davide Romagnoli, METALITALIA)

BORIS
Non è difficile innamorarsi dell’ultimo album dei Boris: una prima ragione è che non è difficile innamorarsi di qualsiasi cosa il trio giapponese decida di dare alle stampe. Ma soprattutto “Dear”, l’album in questione, è la pietra che segna il venticinquesimo anno di carriera della band. Ad oggi, questo genere di ricorrenza può non avere grande valore, in un ambito rock in cui è l’idea stessa di carriera ad aver perso valore. Ma con i Boris è diverso: tra gli ultimi artisti rimasti a praticare l’etica del never-ending tour, hanno anche sfornato un album dopo l’altro sin dagli esordi, in barba a condizionamenti di critica, marketing e quant’altro. La base di fan è fedele e ricambiata con attenzione dai musicisti. Così, in venticinque anni di carriera, “Dear” è l’album in studio numero ventitré; un risultato non da poco. Se è così facile farsi prendere dall’impeto dei festeggiamenti, diventa più difficile fare la recensione del disco. Non tanto per la sciocca pretesa di voler dare un giudizio asettico e imparziale, quanto proprio perché non mi va di giudicare. Certo, i Boris possono fare dischi meno belli, il loro eclettismo poi rende impossibile non avere delle preferenze per alcuni momenti o episodi in particolare. Ma alla fine sempre loro rimangono, vendicatori dall’estremo Oriente (non a caso) di un rock suonato con chitarra-basso-batteria, volumi lancinanti, e quella schizofrenia tra alienazione e trasporto emotivo che sono l’essenza di questa musica. C’è poi la componente linguistica: i testi quasi esclusivamente in giapponese, un esotismo che, a meno di essere assidui ascoltatori di rock dal Sol Levante, fa la differenza con artisti simili. Può sembrare un discorso ingenuo, ma sarebbe più ingenuo pensare di poter (o dover) astrarre da questo genere di meccanismo psicologico. Quindi viva i Boris e la loro musica senza compromessi, e buon compleanno. Detto questo, “Dear” è un degno regalo che l’allampanato trio ci (e si) fa. Da inserire tra gli episodi più lenti e pesanti della loro discografia, lontano da j-pop, punk e hard’n’heavy, scorre incredibilmente veloce. Il fango dello sludge-metal si è fatto catrame liquido e puro: la doppietta d’apertura “D.O.W.N.” e “DEADSONG”, grazie ad arrangiamenti minimalisti, scorre addosso e avvolge in un’oscurità totale senza nemmeno dare il modo di accorgersene. È allora che “Absolutego”, dallo stesso titolo dell’album d’esordio, colpisce duro: con quella chitarra fischiante che sembra l’eco diretto di Ron Asheton, padre dimenticato (non dalla axe-woman Wata) di ogni distorsione esistenziale, oltre che sonora. “Beyond” è la prima vera catarsi, l’emersione dal fondo del mare nero in cui si è sprofondati: dopo i primi minuti soffusi, per cui lo stordimento sembra avere effetto, si è riportati in superficie, un’esplosione elettrica dopo l’altra. “Kagero” è un’infinita litania, tesa tra alienazione e ansia da accerchiamento, gong vibranti e voci in falsetto. Finalmente si tira un respiro di sollievo (si fa per dire) con “Biotope”, episodio certo malinconico ma più melodico e “urbano”, ideale spartiacque a metà dell’album. Si riparte subito con un concentrato di filosofia Boris, “The Power”, strumentale che per più di sette minuti esercita il potere psicagogico del riff, quello sabbathiano, sulfureo, ripetuto allo sfinimento. Dopo questa prova muscolare, “Memento Mori” ne è la sintesi in forma-canzone, ovviamente come la pensano i Boris. “Dystopia-Vanishing Point” è, in piena tradizione hard-rock, la power ballad verso la fine del disco, quella da accendino sventolato ai concerti; un ambito in cui i Boris eccellono, ma un pezzo da pelle d’oca così non si sentiva dai tempi di “Missing Pieces”. La title track in chiusura è un abisso senza fondo di chitarre drone, esplosioni di batteria e voci lamentose, il pezzo più melvinsiano, tanto per ricordare la band da cui tutto, venticinque anni fa, ha avuto inizio. “Boris” infatti era il baccanale sonoro contenuto in “Bullhead” dei Melvins del 1991, da cui i giapponesi presero il nome. Per fortuna l’ammirazione non si è trasformata in inutile ripetizione; anzi, è stato il punto di partenza per una delle saghe rock più interessanti e coinvolgenti dagli anni Novanta ad oggi.

(Nicola Contarini, ONDARCK)
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